Zeusi e Parrasio, 2003
GPO-0876
Matita su tela preparata, calchi in gesso, basi bianche, teche di plexiglas
Tela 188 x 220 cm, due teche 50 x 50 x 50 cm ciascuna, due basi 135 x 50 x 50 cm, misure complessive variabili
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Acquistato nel 2005, n. inv. C-PAOG-008
1. Le due basi devono stare in asse con la base disegnata sulla tela (ossia: la base disegnata e le due basi reali devono trovarsi lungo il medesimo asse rettilineo, perpendicolare alla superficie della tela).
2. La distanza tra la tela e la prima base, così come tra le due basi, deve essere identica e pari a 2-3 metri (da appurare in base alla situazione ambientale).
3. Tra la seconda base e il limite dell'ambiente deve esserci uno spazio libero di almeno 6 metri, affinché lo spettatore abbia la possibilità di vedere a una certa distanza l'infilata dei vari elementi.
4. L'opera deve trovarsi in uno spazio possibilmente vuoto (senza interferenze di altri lavori nella parte di spazio occupata dall’opera).
Sulla tela preparata il tracciato delineato a matita propone il progetto dell’opera stessa: una tela sospesa al centro della parete dell’ambiente e due teche – ciascuna su una base – allineate a circa due metri l’una dall’altra lungo l’asse ottico che converge verso il centro della tela. Le teche sono suddivise da una crociera in quattro scomparti, che accolgono ognuno un quarto del calco in gesso di una testa maschile antica, addossato alternativamente all’angolo esterno oppure a quello interno centrale. Gli otto elementi di gesso derivano dalla sezione ortogonale in quattro parti di due calchi diversi1; le varie parti sono mescolate fra le due teche, in modo che ciascuna ospiti tre elementi di una figura e uno dell’altra.
Traendo spunto dall’antica leggenda greca di Zeusi e Parrasio2, Paolini mette in scena la sfida che l’autore ingaggia ogni volta da capo con l’opera. Nel (vano) tentativo di superare se stesso, l’autore si dissolve in un’identità composita e incongrua (come suggeriscono i calchi scomposti). Il primato è sempre dell’opera, che, dal canto suo, si sottrae a ogni appropriazione: il quadro (delineato al centro della tela) rimane vuoto, “in attesa dell’immagine”3, come dichiara l’artista.
1 Un calco riproduce una copia romana di una testa di giovane, mentre l’altro la testa del Doriforo di Policleto (Museo Archeologico, Napoli).
2 Nel noto aneddoto riferito da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (78-79 d.C., XXX, 65-66), i due artisti Zeusi e Parrasio entrano in competizione per contendersi il primato di pittore più abile dell’epoca. Zeusi dipinge un grappolo d’uva, la cui perfetta verosimiglianza inganna perfino gli uccelli, mentre Parrasio rappresenta un drappo, che Zeusi, credendolo vero, gli chiede di togliere per vedere il quadro.
3 “[...] L’autore, rivale di se stesso, di fronte al primato dell’opera [...]. Rappresentazione del vuoto nel vuoto della tela (sparizione): l’autore si dissolve, l’opera resta in attesa dell’immagine” (G. Paolini, nota di commento all’opera, maggio 2003).
• Policleto, Doriforo, 440 a.C., marmo, 53 x 19 x 25 cm, Museo Archeologico di Napoli.
• Testa maschile greca, marmo, h 44 cm, Museo Archeologico, Atene.
| 2008-09 | Rivoli, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Una stanza tutta per sé, 2 aprile 2008 - 18 gennaio 2009, senza catalogo. |
| 2011-12 | Bari, Teatro Margherita, Arte Povera in Teatro, 15 dicembre 2011 - 11 marzo 2012, ripr. col. n. 326 (allestimento presso collezione permanente, Rivoli). |
| • | Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. La Residenza Sabauda – La Collezione, Skira editore, Milano 2008, pp. 412, 414, ripr. col. pp. 415, 416-417 (veduta espositiva Rivoli 2008). |
| • | Arte povera 2011, a cura di G. Celant, Mondadori Electa, Milano 2011, ripr. col. n. 326 (allestimento presso collezione permanente Rivoli). |
| • | Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. La storia e le collezioni, a cura di C. Christov-Bakargiev e M. Beccaria, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli, Umberto Allemandi & C., Torino 2023, vol. II, p. 821 (riferimento nel testo di M. Beccaria), ripr. col. p. 829. |