Senza più titolo, 2010
GPO-0999
Pedana bianca, volumi e lastre di plexiglas, collage su plexiglas, calchi in gesso di colonne intere e spezzate, riproduzioni fotostatiche e inchiostro rosso su acetato, statue in miniatura di carabinieri
Quattro elementi di legno 15 x 110 x 110 cm ciascuno, quattro volumi di plexiglas 90 x 90 x 90 cm ciascuno, quattro lastre di plexiglas 70 x 70 cm ciascuna, due teche 14 x 29 x 15 cm ciascuna, quattordici colonne intere h 59 cm ciascuna, tre colonne spezzate a varia altezza, quattro piccole statue h 22.5 cm ciascuna, misure complessive 165 x 220 x 220 cm
Collezione dell'artista
Sopra quattro cubi di plexiglas, accostati su una pedana bianca, un colonnato in gesso di un tempio in costruzione o in rovina – alcune colonne mancanti sono evocate da un riquadro bianco, altre sono spezzate – delimita uno spazio occupato al centro da un piccolo volume trasparente posto a evocare una "cella", presidiata ai vertici da quattro statuette di carabinieri in alta uniforme. Nell'area centrale sono sparsi dei disegni anneriti riprodotti su acetato, che in corrispondenza della "cella" vuota recano delineati a inchiostro rosso alcuni riquadri, fra loro sfalsati, che il profilo di una mano in grandezza al vero sembra voler trattenere.
Nel cuore di questo "luogo sacro", la mano dell’autore tenta di fissare quell'Assoluto che sfugge a ogni possibilità di appropriazione e di definizione, ritrovando un gesto ricorrente in diversi lavori di Paolini. In senso ampio, Senza più titolo propone una riflessione sulla dimensione profondamente "altra" dell'opera d'arte. L'archetipo del tempio e della cella (il naos dove veniva custodita la statua della divinità) riportano l'idealità dell'opera alle sue origini classiche, alla sua inviolabilità e al suo mistero. Spogliata dei suoi connotati, perduti o dimenticati, e spossessata perfino del titolo che la identifica, l'opera "senza più titolo", svuotata di ogni significato contingente, si interroga sulla sua ragione ultima di esistere. Ovvero: rivendica il suo esilio dal mondo, la sua estraneità a ogni contatto diretto, la sua intima appartenenza a una dimensione regolata da un codice segreto. All'autore, come allo spettatore, non resta che porsi in ascolto degli echi impercettibili tra le colonne del tempio disabitato e cogliere le ombre e i riflessi che la luce disegna tra i volumi vuoti di plexiglas e la superficie bianca della pedana.
| 2010-11 | Lugano, Studio Dabbeni, Giulio Paolini, 12 novembre 2010 - 26 febbraio 2011, ripr. col. in "temporale", n. 70, Lugano, novembre, 2010, pp. 26-27 (particolare), 36-37 (vedute dell'opera in mostra). |
| 2020-21 | Rivoli, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Giulio Paolini. Le Chef-d’œuvre inconnu, 15 ottobre 2020 - 16 maggio 2021, vol. 1: citato come esposto p. 78, ripr. col. pp. 32-35 (vedute dell’opera in mostra), 59 (particolare), riferimenti nei testi di C. Christov-Bakargiev p. 42, M. Beccaria p. 61. |
| • | G. Paolini, Senza più titolo (Prova di esistenza in vita: oggi, 12 novembre 2010), in "temporale", n. 70, Lugano, novembre, 2010, pp. 30-31 (italiano e inglese). |
| • | A. Soldaini, “Cos’altro c’è da dire?”, in Giulio Paolini. A come Accademia, catalogo della mostra, Accademia Nazionale di San Luca, Roma, Gangemi Editore, Roma 2023, pp. 33-34, ripr. col. pp. 33, 293 (vedute espositive Rivoli 2020). |